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Bar Basso Milano

Più forte di prima, più forte del virus: il Bar Basso di Milano

Il treno delle riaperture sta finalmente coinvolgendo anche le insegne più attese, le stesse che forse hanno tenuto con il magone i frequentatori più innamorati.

Bar Basso Milano_aperto
Scatto del Bar Basso nel lontano 1969 (Foto tratta da GQ Italia)


I nomi storici
del fuori casa sono anche quelli che hanno risentito di più dello stop, all’apparenza infinito, imposto dalla pandemia e non sono certo mancate saracinesche di rilievo che non si alzeranno più. Milano può però gioire, perché ha da poco riabbracciato un autentico pezzo di tradizione: il Bar Basso è di nuovo al lavoro, e ancora una volta si dimostra più forte.

Più forte, secondo la leggenda, grazie a uno sbaglio. Di quelli genuini, frutto più della frenesia che dell’inesperienza. Mirko Stocchetto aveva già diverse migliaia di drink preparati e serviti, dalla sua Venezia, passando per il clamore dell’Hotel Posta di Cortina, fino alle ore di punta del delirio modaiolo durante gli eventi fiume, ritrovo mondano per persona in vista e che vogliono vedere. Versò Campari e vermouth dolce, ma scambiò una bottiglia di gin per quella del Prosecco, vai a capire come: il Negroni che ne derivò fu strepitoso, anche se non propriamente un Negroni. Lo Sbagliato fece il suo ingresso in società, conquistandola insieme alle sue idiosincrasie: erano tempi di passerella continua, vera o presunta, in cui pensieri e noccioline si incontravano attorno a tavolini da aperitivo quello vero, della chiacchiera costruttiva e non solo dell’esserci perché bisogna esserci.

Più forte del tempo, perché ha saputo rimanere in qualche modo al di fuori di una bolla in costante espansione, e pericolosamente in bilico tra la crescita e l’esplosione, come quella di Milano. In un panorama legato al grigio business prima, alla controversa vitalità ai limiti dell’eccesso degli anni’80 poi, al pre-Expo di semina e agli ultimi anni di raccolta, il Bar Basso ha tenuto regolari le lancette dei suoi usi e delle sue proposte senza fronzoli, incastrandosi senza prepotenza nello scenario del capoluogo: è il bar negli anni divenuto calamita dei designer e delle anime d’arte, dagli anni ’70 (Mirko Stocchetto, padre dell’attuale patron Maurizio, lo rilevò nel 1967 dal proprietario che aveva dato il nome al bar), sanguinosi e visionari, fino alla straripante ondata Instagram dei wannabes da telefonino. L’aura di bottega storica non si nasconde né esagera, è un contorno naturale per una dimensione che è celebre, sì, ma ancora autentica e mai gonfia di sé.

Più forte del virus: dalla seconda settimana di maggio, il Bar Basso è di nuovo aperto. Come per altri luoghi di cultura e scambio, Stocchetto ha deciso di prendersi del tempo in più per ritrovarsi e restituire a Milano uno dei suoi angoli (letteralmente, è in via Plinio, all’incrocio con la piazza) più classici e inconfondibili. Il neon rosso è là dove gli compete, a dirottare la memoria sulle fumate di sigaretta di Cattelan e Olivetti, a far ricordare la foto divenuta icona con Maurizio in piedi sul bancone a reggere il leggendario bicchierone con ghiaccio a cubo unico, ben prima che divenisse un must della miscelazione moderna. Solo all’esterno, come da disposizioni (che potrebbero finalmente cambiare da inizio giugno), con un post su Instagram Maurizio ha dato il via libera per scorgere gli interni retro e fremere magari di repulsione, prima di un sorriso tardivo come a dire che non potrebbe essere altrimenti; per tornare ad ascoltare un aneddoto in più, distogliendolo da calici e sifone (perché il nostro è ancora dietro al bancone a macinare, altroché). E per tornare a godere della nostalgia di quello che era, e che reggerà il confronto con quello che è tornato ad essere. Che a pensarci bene, il Bar Basso forse non aveva neanche bisogno dello Sbagliato, per essere così amato: di certo Milano ha bisogno del suo Bar Basso, per tornare ad amarsi almeno un po’ di più.

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Autore
Carlo Carnevale

Carlo Carnevale

Troppo pigro per lo sport, troppo distratto per la cucina, troppo in ritardo per i viaggi. Quindi scrive o ha scritto di tutte queste cose. Mosca da bar, innamorato delle storie da bancone e delle anime che lo popolano, per bere o per miscelare. E troppo curioso per non andare a raccontare le emozioni che si nascondono in ogni cocktail e ogni piatto

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