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Meneghino Milano

Milanesità artigianale: l’intuizione della seconda apertura del Meneghino

“Mi fù i scarp per i pé, minga per ioecc”. Le scarpe, e in generale il lavoro, si fanno per essere fatte bene, non per essere guardate. Questo trionfo di pragmaticità orgogliosa era il credo del nonno calzolaio di Marco Bergamaschi, mastro birraio che insieme a Luca Pirola ha fondato il birrificio Meneghino. Buono, prima di tutto: e da poco ancora più bello e milanese, perché la seconda apertura dell’insegna è un canto d’amore alla Milano di una volta, forse più grigia, di certo più sentimentale.

Meneghino_birra e cucina

In via Pioppette, nel caos delle Colonne di San Lorenzo, è stato presentato Meneghino – Birra e Cucina, pay-off con aggiunta gastronomica che si pone come missione la celebrazione della milanesità, nei nomi, nel cibo e soprattutto nella location, che ricostruisce uno dei simboli più amati della città: il tram. Dal bancone che somiglia alla livrea tradizionale delle vecchie linee del 10 (ancora in funzione) o 19, ai segnali affissi sulle pareti, fino agli anelli di feltro per appendersi: i pezzi di design sono quasi tutti originali, fatta eccezione per alcune chicche introvabili che sono state ricreate con l’aiuto dello studio Menuale Real Estate.

Basterebbe quindi accomodarsi per (è il caso di dirlo) un viaggio nella mitica vecchia Milano, ma se davvero non dovesse bastare, i menù arrivano in soccorso per un ulteriore giro di giostra in bianco e nero. Birre e cibi, alcuni dei quali serviti in versione tapas, sono tutti etichettati con nomi in dialetto e ricette tradizionalissime: il risotto giallo e i mondeghili, oppure la birra cadrega (tripel), la Øllamadonna: ovunque ci si giri, si ritrova un angolo della Milàn che fu, che in molti (e rari) purosangue rimpiangono, e che i millennials hanno appreso solo attraverso le memorie di famiglia. La formula è semplice, autentica, vincente, soprattutto per tre fattori chiave.

Milanesità – Il brand Italia, inteso come il tricolore che avvolge la genuinità e l’autenticità di un prodotto molto spesso a chilometro zero, è una delle garanzie più consolidate che si possano trovare nel nostro paese. L’orgoglio nazionale, che all’estero, come made in Italy, è ormai una calamita irresistibile, trova ulteriore declinazione all’interno dei confini italici stessi: sempre di più si trovano insegne dagli specifici connotati geografici, volte a celebrare ed esaltare i gusti e le filosofie di una determinata regione, quando non di una determinata località. Meneghino spinge quindi sulla milanesità, proprio a Milano: una scommessa nostalgica che però non si rivela pesante, i ricordi di chi una Milano diversa l’ha vista e vissuta, anche attraverso i racconti del focolare, e la speranza che nel delirante presente possa rivivere un passato di qualità, sulle pareti e nei piatti.

Artigianalità – Il mantra del nonno di Marco, che ancora una volta trasuda saggezza popolare vera e nel suo piccolo lungimirante, può serenamente essere innestata come stendardo del filone di artigianalità fertile degli ultimi anni. L’intera proposta del Meneghino racconta di prodotti, tecniche e sapori come una volta, parla di far bene, prima ancora che fare tanto. È uno dei motivi di curiosità più trainanti nel consumo contemporaneo, una lavorazione che è al tempo stesso capace di ricreare note degustative identitarie, e trasportare chi assaggia verso tempi e abitudini come una volta, attraverso il contatto con il produttore che è quasi sempre anche ideatore. La missione del buono perché è così che dev’essere, e non solo perché è così che piace.

Replicabilità – Intelligente e non affrettata. La seconda apertura del Meneghino non stravolge l’idea nata con la prima sede in piazza Guardi, né la fotocopia senza alcun tipo di aggiunta. È piuttosto una sorella più giovane (non minore), che agli insegnamenti raccolti nei primi anni del birrificio vero e proprio, ha saputo affiancare le sensazioni e gli usi della platea all’orizzonte, conquistandosi uno spazio strategico e arricchendolo di novità non eccessive. È un buon successo d’idea, che peraltro lascia spazio a ulteriori sviluppi qualora si volessero affrontare discorsi di masterclass, ristorante gastronomico, distribuzione propria.

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Autore
Carlo Carnevale

Carlo Carnevale

Troppo pigro per lo sport, troppo distratto per la cucina, troppo in ritardo per i viaggi. Quindi scrive o ha scritto di tutte queste cose. Mosca da bar, innamorato delle storie da bancone e delle anime che lo popolano, per bere o per miscelare. E troppo curioso per non andare a raccontare le emozioni che si nascondono in ogni cocktail e ogni piatto

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