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Matteo Pichi di Poke House svela la ricetta del suo successo

Poke House è un impero del mangiar sano in stile Hawaiano- Californiano che ha un inventore. Matteo Pichi, romano del 1987, ex bocconiano e investment banker, ha fondato prima Foodinho, la piattaforma di food delivery milanese acquistata da Glovo. Nel 2018 passa da Country Manager di Glovo a Food Start-Upper con Vittoria Zanetti in Poke House, la catena basata sul piatto colorato a base di riso, pesce, verdure e frutta. Oggi il format conta 26 punti vendita, 250 dipendenti e un fatturato di 12 milioni di euro. Il business di Poke House, grazie anche al round di 5 milioni con MIP, continua ad espandersi anche all’estero- travolgente e sulla cresta dell’onda proprio come il suo CEO e Founder, che vuole aprirne uno «in ogni angolo del mondo».

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Per riuscire a parlare con Matteo Pichi ti si “scuoce il riso”, ma fortunatamente non quello delle sue poke- equilibrate, fresche ed invitanti. Impegnato, pragmatico e veloce: se l’attesa prima dell’intervista dura 3 minuti, lui trova anche il tempo per andare a bere un caffè e ti richiama ancor prima che sia tu a farlo. Capace, deciso, fiero del suo successo ma altrettanto modesto nel dire che: «Sapevo che il poke era un prodotto vendibile, ma è anche vero che a Milano c’erano tantissime catene che lo proponevano- la fortuna ha fatto sicuramente la sua parte».

 

Qual è il percorso di Matteo Pichi?

Sono romano, ma mi sono trasferito a Milano perché ho studiato in Bocconi. Poi ho fatto un’esperienza nella divisione Investment Banking di Merrill Lynch ed è in quel momento che ho sviluppato la mia passione per il settore della ristorazione, non solo inteso come buon cibo e ospitalità ma in chiave più analitica. Ho viaggiato molto tra New York e Londra, dove ho potuto osservare il mercato del Food Delivery– la consegna a domicilio tramite web. Ho studiato i dati di quel segmento e avevo già intuito che sarebbe stato un settore in forte crescita, come il lockdown ha dimostrato. Quindi ho deciso di portare quel business in Italia, a Milano, ed ecco che sono partito con Foodinho. Poi nel 2016 l’attività viene acquistata da Glovo, azienda spagnola che opera nel business dell’anything delivered (consegna a domicilio di qualsiasi prodotto). Così sono passato a Country Manager Italia di Glovo, che aveva scelto di esportare il suo business model partendo da una solida realtà come Foodinho. È stata una bella operazione, che ha allargato le opportunità commerciali andando a lavorare su un modello che non era ristretto solo al cibo.

E poi cosa succede?

Poi nel 2018 mi lancio in Poke House. Era ora di cambiare, volevo mettermi dall’altro lato del Food Delivery. Ho avuto la fortuna di essere la persona più esperta in Europa nel servizio a domicilio, il delivery che oggi costituisce il 50 per cento del business di Poke House. Siamo partiti con un piccolo investimento, per poi riuscire a stare in piedi grazie agli utili dei locali e all’ingresso di alcuni finanziamenti: l’ultimo è arrivato, appunto, a marzo 2020  per una cifra di oltre 5 milioni di euro da parte del fondo di venture capital Milano Investment Partners (MIP), che ha acquisito una quota del 25% del brand. Nonostante l’invasione dei Poke House, ci piace ancora mantenere un atteggiamento propositivo e da start-up: ci vuole sempre coraggio e voglia di evolversi.

 

Ad affiancare Matteo Pichi nell’avvio e nello sviluppo di Poke House si affianca Vittoria Zanetti, ragazza under 30 mantovana, ma innamorata di Milano dove ha trovato la sua seconda casa. Appassionata non solo della città, ma anche della ristorazione, dopo una Laurea in Scienze Politiche all’Università Cattolica inizia a lavorare nel settore e sogna di dare vita ad un proprio format per intraprendere un percorso imprenditoriale nel food.

 

Galeotto fu… l’incontro con Vittoria Zanetti, la tua co-founder?

Sì, era una ragazza giovanissima- ma lo è ancora perché è del 1991.  Aveva proprio l’ambizione di fare ristorazione. L’illuminazione le è arrivata durante un periodo trascorso in America, tra la California e la Florida, dove ha visto per la prima volta il poke, piatto tipico della cucina hawaiana: ciotole a base di riso combinate con pesce crudo, frutta, verdura e una varietà di topping. Abbiamo puntato uno sull’altro. Lei era esattamente la mia parte mancante. La ristorazione, rispetto ad altri settori, richiede tante skills (competenze) unite insieme: chi sa fare business ed è un bravo imprenditore, non è detto che sappia gestire un ristorante. Lei è molto energica e rappresenta la dote creativa che io non possiedo, anche perché Poke House è molto femminile come brand sia nei colori, che nel design. Infatti, quando abbiamo avviato il format, Vittoria si è concentrata sul prodotto, sulla ricerca fornitori e preparazione delle ricette con lo Chef. Io mi sono focalizzato sulla parte di business development, in cui potevo essere più forte.

 

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Che trend avete cavalcato? E che Modello di Business sviluppato?

Sono del parere che tutti possano occupare uno spazio sul mercato ed essere perspicaci nel capire che ci sono prodotti che le persone amano di più, come è stato il caso delle Poke. Quindi si parte tutti sullo stesso livello, ma ciò che conta è avere la capacità di sviluppare un’intuizione e avere dalla propria parte una situazione favorevole. Noi sapevamo che il Poke era un prodotto vendibile, ma è anche vero che a Milano c’erano tantissime catene che lo proponevano- la fortuna ha fatto sicuramente la sua parte. Ci siamo però impegnati per differenziarci: la nostra è un’offerta speciale, fatta da persone speciali e consegne altrettanto speciali. Noi siamo un Fast Casual 2.0: facciamo parte di quel segmento del Food Delivery che si declina nei Quick Restaurants, da cui a sua volta discende il Fast Casual. Si tratta di un servizio veloce, che però ci tiene alla qualità del cibo. Le poke bowl hawaiane le abbiamo rivisitate in chiave californiana e arricchite da salse preparate in house a vista – coinvolgendo il cliente. Siamo 2.0 perché ci avvaliamo molto della tecnologia, che usiamo sia per la promozione sul digitale che per la nostra organizzazione interna.

Che approccio avete con i vostri dipendenti?

La gestione del personale in questo lavoro è la parte più difficile e vado molto fiero di come ci approcciamo alle risorse in Poke House. Nonostante i numeri, abbiamo 250 dipendenti divisi in 25 punti vendita, siamo ancora una grande famiglia e ci conosciamo tutti. Per il grande rispetto che dimostriamo verso i dipendenti, il 99% delle persone rimane con noi. Cerchiamo di fornire percorsi di crescita, incentiviamo a fare meglio con premi, parliamo mensilmente con le risorse per capire le loro necessità e diamo obbiettivi da raggiungere. I colloqui e la ricerca di nuove figure viene tutta svolta internamente dalle nostre risorse umane, non ci avvaliamo di esterni e di agenzie per le selezioni.

In questo percorso in Poke House, qual è stata la tua miglior soddisfazione e invece il tuo momento più difficile?

Il mio momento più alto e quello più basso sono concentrati insieme e mi riferisco al round di finanziamento con MIP. Piangi per la felicità: due sensazioni contrastanti unite insieme. Sei ovviamente felice per averlo ottenuto, ma ripensi anche ai momenti critici della negoziazione, allo stress e a quanto è stato duro riuscire a riceverlo. Per avere l’iniezione di capitale di 5 milioni abbiamo lavorato per mesi e mesi. Poi è arrivato il Covid, ma fortunatamente in un momento così delicato è andato in porto lo stesso. I proventi del round li stiamo utilizzando per l’espansione dei punti vendita anche fuori dall’Italia e di conseguenza per la crescita del team, perché più aumentano i ristoranti più servono persone.

Qual è il lato caratteriale di Matteo che ti ha permesso di avere successo?

Al 100% rispondo: la tenacia. A questa si è unita la passione- io amo ciò che faccio. Dedico tutto me stesso al mio lavoro, a quello che io chiamo: “il mio bambino”. Ora, con lo smart working, c’è un nuovo approccio che permette- pur svolgendo le proprie attività- di ritagliarsi del tempo per sé stessi: gioco a golf, paddle, faccio yoga e tutto ciò che mi fa stare bene. Ho la fortuna di aver sempre optato per un’impostazione smart del lavoro e, quindi, riesco a gestirmi anche se mentalmente non è sempre facile distaccarsi- hai la testa che va sempre a finire lì. La chiave per procedere bene nel business è riuscire a delegare, per fare questo devi essere circondato da persone valide, a cui piace ciò che fanno. Come imprenditore curo il mio entusiasmo e quello di chi mi sta attorno-non bisogna lavorare in modo infelice.  Come? Innovando.

La tua prossima sfida?

Ciò a cui puntiamo è diventare leader mondiali della Poke– lo siamo già a livello europeo. Continueremo a replicare, ad andare forti senza però perdere di vista la nostra identità. Sicuramente porteremo avanti il nostro piano di internazionalizzazione, che abbiamo già attivato con le aperture in Spagna e Portogallo e di cui siamo molto contenti. Abbiamo la fortuna di proporre un prodotto internazionale, che non c’è bisogno di spiegare al consumatore. Vogliamo pensare che ci sia una Poke House in ogni angolo del mondo e guardiamo a tutti i Paesi per regalare il mangiare sano racchiuso in una bowl.

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Autore
Sofia Tarana

Sofia Tarana

Un'effervescente appassionata di cibo e bollicine di origine comunicatrice. Gli ingredienti della sua giovane esperienza hanno il sapore e il richiamo della tavola. Si avvicina allo studio del settore enogastronomico con un Master in Food & Wine Communication alla IULM di Milano. Ha collaborato nello staff di comunicazione di Simone Rugiati, noto chef toscano. Ha scritto per diverse riviste del panorama F&B ed è giornalista pubblicista presso l'Ordine della Lombardia. Cucina solo per amore e deve ancora trovare un piatto che non le piace. Della sua passione per la ristorazione ne ha fatto la sua miglior attrattiva, Direttore Responsabile in RistoBusiness Now.

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