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Affari con etica_accordi precontrattuali

L’etica in affari: che cos’è la buona fede e la responsabilità pre-contrattuale

Il periodo storico che stiamo attraversando, se da un lato è stato colmo di difficoltà e ostacoli da superare, dall’altro – come spesso accade – potrà anche essere ricco di opportunità da sfruttare. Ogni crisi, senza alcuna ipocrisia- che mal si addirebbe quando si parla di business ristorativo, è un’onda che se tempestivamente cavalcata può essere viatico di sviluppo e crescita.

Etica nel business

 

Numerose attività si vedranno o si sono viste purtroppo costrette a chiudere e molti locali sono stati posti in vendita o in affitto. Ciò inevitabilmente porta grande fermento sul mercato ristorativo, chi strozzato da una crisi pandemica ed economica senza precedenti si è visto obbligato ad interrompere la propria attività e chi, complice la quantità gargantuesca di liquidità che nei prossimi mesi verrà inserita nel mercato, si lancia verso una nuova apertura.

Da ambo le parti esistono rischi che devono essere ben conosciuti e tenuti sotto controllo, anche tramite consulenze specializzate che possano assistere e guidare l’imprenditore, o l’aspirante tale, ad ottenere il massimo beneficio dall’acquisto o cessione della propria attività.

Il tema che cerchiamo di affrontare in questo articolo è molto spesso tenuto poco in considerazione e sottovalutato: la buona fede e la responsabilità precontrattuale.

Prima di arrivare a qualche indicazione di natura prettamente pratica, è bene fare una piccola premessa teorica generale.

La buona fede (dal latino bona fides) nelle trattative è introdotta dall’articolo 1337 del Codice Civile, che così recita: “Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede”.

La responsabilità precontrattuale (o per culpa in contrahendo) è invece conseguenza, oltre che della buona fede stessa, della generica responsabilità che sorge tra le parti nella fase che precede la conclusione del contratto e tutela la libertà negoziale.

Nello specifico, si vuol far si che la parte:

  • Non sia coinvolta in trattative inutili;
  • Non vada a concludere contratti invalidi o inefficaci;
  • Non subisca inganni durante la negoziazione

 

Per comprendere meglio l’importanza e la portata di tale norma (del perché questa previsione rappresenta una tutela fondamentale per la buona riuscita delle trattative e per una maggiore serenità di tutti gli attori coinvolti in ogni tipo di rapporto) è bene fare un passo indietro.

Quando si parla di buona fede si tende a dividere il concetto di buona fede in due:

  • Buona fede in senso soggettivo
  • Buona fede in senso oggettivo

 

La buona fede in senso soggettivo è correlata alla conoscenza o meno di ledere un altrui interesse, non può quindi esserci colpevolezza ove sussista l’assenza della consapevolezza del danno che eventualmente si stia procurando a un’altra persona. Se non so che il mio comportamento sta causando o potrà causare un danno all’altra persona, sto agendo in buona fede.

La buona fede in senso oggettivo è caratterizzata, invece, da un obbligo di comportamento che le parti sono tenute a rispettare nei rapporti. Per fare un esempio pratico e più vicino alla nostra materia, nelle trattative la mancanza di buona fede è caratterizzata dall’improvvisa e immotivata rottura delle stesse quando la controparte ha maturato una ragionevole certezza che queste potessero concludersi positivamente.

Le trattative definite precontrattuali sono rappresentate da quel periodo che precede la conclusione del contratto e che è finalizzato al raggiungimento degli accordi che troveranno, nel contratto stesso, la loro formalizzazione.

Questo periodo, che può essere di mutevole durata, anche in relazione alla complessità della trattativa e dei valori della stessa, può trovare espressione in numerosi documenti che sono tipici della fase precontrattuale quali accordi di riservatezza, lettere di intenti o head of agreement.

Questi documenti, tramite i quali le parti si tutelano l’un con l’altra, servono a indicare i doveri che le parti reciprocamente si pongono durante la fase precontrattuale, oltre che per sancire di volta in volta lo stato della trattativa in essere, gli accordi raggiunti od ove sia necessario ancora lasciare margini di incertezza. Tali documenti, oltre che un utile memorandum sullo stato della trattativa possono costituire anche fonte di responsabilità precontrattuale.

Riassumendo sinteticamente quelli che sono gli obblighi derivanti dalla buona fede nella fase pre-negoziale:

  • Dovere di informazione: le parti devono reciprocamente tenersi informate sui fatti di rilievo che coinvolgono la trattativa;
  • Dovere di chiarezza: le parti devono utilizzare un linguaggio che sia facilmente e pienamente comprensibile dalla controparte;
  • Dovere di segretezza e riservatezza: le parti si impegnano a tenere la trattativa riservata e a mantenere segreti i termini dell’accordo raggiunto. A tal proposito sarebbe opportuno – come abbiamo già detto – anche la redazione di un accordo di riservatezza;
  • Obbligo di compiere tutti gli atti necessari per la piena validità ed efficacia del contratto: le parti si obbligano reciprocamente a stipulare il contratto con le forme previste e ad ottenere le relative autorizzazioni ove necessario

 

Se volessimo cercare di concretizzare tali prescrizioni con comportamenti da non tenere potremmo dire che, per esempio, il venditore di un ristorante non deve nascondere od omettere eventuali vizi o criticità dell’attività, così come l’acquirente non deve utilizzare un linguaggio tecnico-giuridico che potrebbe essere non pienamente comprensibile dall’acquirente in ordine alle operazioni tramite le quali si formalizzerebbe l’acquisizione.

L’interesse che, tramite la buona fede si vuole tutelare, non è rappresentato dall’obbligare le parti alla conclusione del contratto – e non potrebbe essere altrimenti – ma piuttosto si mira a tutelare l’interesse negativo a non essere coinvolto in trattative inutili (che non avranno quindi una conclusione) o peggio dannose; che le trattative si formalizzino in contratti pienamente validi ed efficaci; a non essere ingannato nella fase di trattativa e che quindi la volontà di “concludere l’affare” non sia viziata da informazioni false, parziali o colpevolmente lacunose.

Esempi pratici, che potrebbero essere indicativi di una violazione della buona fede sono:

  • Il recesso ingiustificato da una trattativa, dopo aver raggiunto un’intesa di massima;
  • Una trattativa maliziosa la quale aveva un fine diverso (per esempio scoraggiare altri acquirenti o conoscere documenti riservati);
  • L’uso di violenza, minaccia o dolo esercitato da uno delle parti o di un terzo per ostacolare la conclusione delle trattative;
  • La stipula di un contratto invalido o inefficacie;
  • La stipula di un contratto a condizioni svantaggiose a causa di un comportamento sleale

 

Va tenuto presente che mai si potrà obbligare l’altra parte a contrarre, al più potrà essere riconosciuto un risarcimento del danno subito (spese inutilmente sostenute, perdita di altre occasioni contrattuali, ecc).

Nel caso in cui una delle parti ritenga di essere stata danneggiata da un comportamento scorretto e volesse portare avanti una richiesta di risarcimento del danno subito è bene tenere presente la necessità di dimostrare che tale comportamento possa configurare un’ipotesi di responsabilità precontrattuale.

A tal proposito, è bene ricordare l’importanza degli strumenti di cui abbiamo anticipato in premessa come documentazione utile ed a tratti indispensabile, non solo per semplificare e formalizzare le fasi di trattativa, ma anche per tutelarsi da ipotetiche violazioni.

Come è comprensibile, le prescrizioni inerenti la buona fede hanno lo scopo di moralizzare le trattative e le fasi che portano alla formazione del contratto, introducendo un principio etico all’interno del business il quale non deve e non può generare un ingiusto beneficio a discapito della controparte.

Al di là del mero aspetto giuridico-normativo, ma qui si entra nel novero delle opinioni personali, l’etica delle trattative rappresenta un imprescindibile baluardo di civiltà e correttezza che può generare un circolo virtuoso che migliori il livello stesso degli operatori economici, con benefici sia dal lato degli imprenditori che dei consumatori.

Senza voler dettare alcun codice etico o di comportamento, un utile strumento che possiamo utilizzare per mettere alla prova il nostro agire (e solo nostro, mai quello degli altri) è costituito da quella che è nota come la prova delle 4 domande, ideato da Herbert J. Taylor, imprenditore e dirigente di azienda americano:

Ciò che penso, dico o faccio

  1. Risponde a verità?
  2. È giusto per tutti gli interessati?
  3. Promuoverà buona volontà e migliori rapporti di amicizia?
  4. Sarà vantaggioso per tutti gli interessati?

 

L’etica negli affari, all’interno dell’azienda come all’interno del microcosmo economico in cui viviamo, non è quindi solo un buon costume e decoro di comportamento, ma come abbiamo visto, anche un’indicazione normativa.

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Autore
Lorenzo Paladini

Lorenzo Paladini

32 anni, laureato in Economia, Amministrazione e Diritto delle Imprese all’università di Pisa. Da 10 anni consulente aziendale presso lo Studio Ferulli, attivo fin dal 1958 nella consulenza aziendale, del lavoro e societaria. Lo studio ha sempre avuto il suo core business nelle aziende del Food & Beverage le quali rappresentano più dell’70% del fatturato dell’attività. Dopo aver frequentato un master in Bilancio e Amministrazione d’Azienda presso l’Università di Pisa diventa Consulente Senior RistoBusiness in ambito fiscale.

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