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Leggenda dei Frati

La Leggenda dei Frati, Firenze: l’unicità che distingue

Un format che crea il suo brand proprio a partire da una leggenda, da uno storytelling che tanto cattura ed è coerente con la proposta di un ristorante autentico, con al centro territorio e natura. La Leggenda dei Frati, degli imprenditori-chef Filippo Saporito e Ombretta Giovannini, da Abbadia Isola (Siena) si trova ora a Villa Bardini (Firenze, vicino a Ponte Vecchio): un’impresa che fa leva su un luogo incontaminato.

Leggenda Frati_Firenze

Scegliere un nome che vende è fondamentale quando si crea il concept di un ristorante. La leggenda dei Frati di Filippo Saporito e Ombretta Giovannini si è avvalso della collaborazione della Brand Designer Ilaria Legato per dare vita ad un format in grado di distinguersi da altri ristoranti. Ed ecco che la sua identità si rafforza anche attraverso lo storytelling.

Si dice che nella prima location, di Abbadia Isola, tre frati raccolsero i frutti del proprio orto e della propria vigna con cui prepararono un pasto abbondante. Ballarono e cantarono tutta la notte e per questo gli altri fratelli, incapaci di fermarli, li rinchiusero nella torre dell’abbazia- ancora oggi, come allora, pare che si sentano gli echi dei loro fantasmi. Questa leggenda, che si è ora trasferita a Villa Bardini a Firenze, rafforza il format che piace ai clienti per l’unicità di una proposta “totale” che include: natura, territorio, produttori locali e un contesto pittoresco. Le due sale del ristorante, arredate con opere d’arte, ammirano il panorama sulla città e l’immenso giardino con orto della struttura.

Attraverso le parole dei due imprenditori e chef raccontiamo anche la loro impresa.

Dal piccolo paese di Abbadia Isola al centro di Firenze: come avete gestito il cambio di location? E’ stato difficile trovare uno spazio che rispettasse l’identità del format e che fosse all’altezza dell’immagine di partenza del ristorante?

Con Ombretta Giovannini, mia moglie, avevamo un’ambizione: quella di avere un ristorante tutto nostro. Dopo che siamo riusciti ad aprirne uno di proprietà, abbiamo alzato l’asticella e ci siamo detti: «Perché non spostarci a Firenze?» Villa Bardini è stata una delle prime location considerate e, appena abbiamo visto che le vetrate principali della location si sarebbero affacciate su uno dei giardini più belli di Firenze, abbiamo immediatamente puntato sul luogo, che è diventato parte di noi e della nostra identità. Produciamo anche internamente: molte delle erbe e fiori edibili che usiamo per i nostri piatti crescono nel giardino stesso.

Al giorno d’oggi, i clienti ricercano e apprezzano di più una posizione di centralità rispetto ad una più dislocata?

La Leggenda dei Frati a Villa Bardini, pur essendo a due passi da Ponte Vecchio, si trova su Costa San Giorgio -una strada in salita che porta al Forte Belvedere. Il luogo, prima che ci fossimo noi, non era così conosciuto e per arrivarci dovevi venirci apposta. Essere in una posizione centrale non è sinonimo automatico di successo. Abbiamo fin da subito capito che fare una buona ristorazione e avere un bel luogo non era sufficiente a farci conoscere ma dovevamo far conoscere e rafforzare la nostra identità, per diventare un brand e fare in modo che le persone si affezionassero a noi. È per questo che abbiamo subito pensato di costruire il nostro progetto di branding e comunicazione con un professionista esperta, che è diventata ormai parte della squadra: la Brand designer Ilaria legato- con lei abbiamo, fin da subito, costruito un piano che ci permettesse di fare leva sui nostri punti di forza, per trovare la nostra unicità ed esprimerla distinguendoci dagli altri format Oggi siamo molto conosciuti come imprenditori e chef, ma soprattutto lo è il ristorante ed il suo gruppo di lavoro che vivono di vita propria.

La Leggenda dei Frati è un progetto completo e ben strutturato: a supporto di un’idea differenziante servono più elementi, oltre ad un’ottima cucina…

Come dicevo prima, serve un progetto autentico che parte dal capire che tipo di ristorazione si fa e che messaggio, oltre al buon cibo, si vuole comunicare. Per far questo occorre avere un metodo e coinvolgere tutta la squadra di lavoro, perché il ristorante è il risultato di un lavoro di squadra dove tutti hanno la stessa identica importanza. Per noi è stato utile seguire un processo puntuale di branding, grazie alla nostra esperta.

Quanto conta per i risultati aziendali la condivisione degli obbiettivi con il team? È al centro del vostro modo di fare impresa la capacità di infondere il senso di squadra, non solo nella motivazione ma anche nella pianificazione?

Il successo del ristorante è fatto, non da una singola persona, ma da un gruppo coeso di professionisti- da questo non si scappa. Posso aggiungere che per noi le risorse umane sono un vero e proprio valore che non diamo per scontato. Grazie ad un’intensa e attenta attività, curiamo tutta la formazione di ciascuno dei nostri collaboratori. Ad esempio, facciamo incontri periodici con la nostra brand designer per lavorare al personal branding e ai soft skill di ciascuno dello staff per far emergere le loro singole potenzialità, mettendole in linea con gli obiettivi e il messaggio del locale.

In un’intervista per Identità Golose, il cuoco-imprenditore Matias Perdomo ha dichiarato: “L’unica creatività che conta sono i numeri in ordine”. Come giudicate questa affermazione? Parliamo dell’importanza di avere dei processi misurabili

Il ristorante è un’azienda e siamo d’accordo che i numeri devono sempre essere in ordine. Per avere i numeri sotto controllo, il tuo progetto ristorativo deve essere compreso dal pubblico che deve frequentarlo, capirlo, affezionandosi e fidelizzandosi; solo in questo modo si può contare su una clientela fissa che mantiene il progetto vivo. La creatività non è un fine ma uno strumento: è la “risposta che apre,  è un modo di processare un’intuizione e renderla fruibile attraverso un pensiero che non deve necessariamente essere troppo razionale. La creatività è, per me, la via che muove il coinvolgimento per questo mestiere e che ti dà lo slancio di far tornare i numeri in linea.

Il fine dining è un modello di business che, nell’immaginario collettivo (e anche un po’ dalla critica), viene associato al lusso e all’alta cucina: come si potrebbe riscrivere il suo concetto? Quali altri paradigmi per la sua valutazione è bene includere?

Fine dining, oggi, non significa esclusione ma inclusione: vuol dire avere un’attenzione maniacale alla filiera, ai fornitori, al territorio e all’ambiente. Porta a selezionare le materie prime migliori, creando piatti che non sono solo belli e fini a se stessi ma che contengano un percorso, che mette in primo piano una proposta gastronomica di livello e l’espressione del talento e sacrificio di chi fa questo mestiere, perché ci crede e investe sul serio. Per me fare fine dining significa pensare ogni sera alla mia offerta, che una volta mangiata sarà parte per sempre di quella persona. Se un menù è fatto con attenzione, rispetto e coscienza… il prezzo non sarà percepito mai maggiore rispetto alla bellissima esperienza fatta.

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