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Donne, lavoro e responsabilità di cura: il Covid inasprisce la disparità

La pandemia da Covid 19 ha alzato il velo sulle drammatiche carenze della nostra società. Gli oltre 17 mesi appena trascorsi hanno reso evidente che l’impatto sociale ed economico dell’emergenza sanitaria sulle vite degli italiani è stato – ed è – oltremodo gravoso, sacrificante e discriminante. A incassare i colpi più duri: le donne e la ristorazione. Due categorie intimamente connesse.

 

 

 

Donne, ristorazione e donne nella ristorazione

I settori considerati “non essenziali”, tra cui quello della ristorazione – interamente congelati dalla quarantena e impossibilitati a tramutarsi in smart working nella fase 2 post-lockdown – sono (o dovremmo dire: erano) a prevalenza femminile. Come ci ricorda prontamente Valentina Picca Bianchi, Presidente Nazionale Fipe, Gruppo Donne Imprenditrici: «Il settore dei pubblici esercizi era un mondo che impiegava il maggior numero di donne, con circa il 52% di lavoratrici dipendenti e il 40% di imprese a titolarità femminile, 112mila in totale».

Ma a prevalenza femminile – e qui c’è poco da andarne fieri – è anche un’altra occupazione, quella definita “non retribuita”, meglio conosciuta come “lavoro domestico” a cui fanno capo l’adempimento agli oneri di istruzione e alle responsabilità di cura nei confronti di figli e all’accudimento di anziani non autosufficienti e/o persone disabili. Impegni, questi – imprescindibili e irrinunciabili – accresciuti o resi difficoltosi dalla chiusura di scuole e asili, dalla clausura dei nonni e dai persistenti stereotipi di genere che rendono il mondo femminile più fragile e persino più esposto alla recessione da Covid. Si pensi che ancor oggi, il 51% degli italiani ritiene giusta l’affermazione: «il ruolo primario della donna è occuparsi della cura della casa e dei figli».

Conciliare cura e carriera: i risvolti negativi

Per effetto di questo sistema culturale, sociale e professionale ancora permeato dal gender gap si è assistito alla graduale corrosione dell’equilibrio psicofisico, colpevole di compromettere, anche a lungo termine, benessere e salute mentale. Uno studio della Società Italiana di Psichiatria ha dimostrato come – in epoca Covid – siano state le donne, più di tutti, a manifestare evidenti sintomi da stress dovuto – oltre che all’isolamento, alla perdita di libertà e alle preoccupazioni per l’impatto del virus – anche e soprattutto al sovraccarico di lavoro legato al ruolo di caregiver e alle difficoltà di conciliare cura e carriera.

Altrettanto preoccupanti sono state, e sono tutt’ora, le numerose rinunce – totali o parziali – alla carriera da parte delle donne. Molte lavoratrici, in misura nettamente maggiore dei lavoratori, sono state poste difronte alla scelta condizionata tra casa e lavoro.

A fornirci prove concrete di tali fenomeni all’interno del settore ristorativo, sono stati i risultati del sondaggio lanciato da RistoBusiness Now sul magazine online e attraverso i canali social ufficiali.

Testimonianze numeriche: il sondaggio

 

Hanno risposto alle nostre domande 123 lavoratrici e lavoratori nella ristorazione, di cui il 72,1% costituito da donne e il 27,9% da uomini. Il 59,8% rientrante nella fascia d’età compresa tra i 24 e i 40 anni; il 40,2%, invece, tra i 41 e i 55 anni. Nell’81,1% si è trattato di personale dipendente; nel 18,9% di proprietari di attività.

 

 

Tutti con responsabilità di cura nei confronti di figli, anziani non autosufficienti e/o disabili.

 

 

Alla domanda: “Come ritieni l’affermazione «le responsabilità di cura sono una prerogativa delle donne»”, la maggioranza, ovvero l’87% ha scelto l’opzione “vera ma ingiusta”; l’8,1% degli intervistati ha risposto “vera e giusta”; mentre il 3,3% l’ha ritenuta “falsa” e l’1,6% ha preferito non rispondere. La quasi totalità degli intervistati che non ha giudicato l’affermazione “vera ma ingiusta” è risultata essere formata da uomini.

 

 

Alla domanda: “Come sono state divise le responsabilità di cura all’interno del tuo nucleo familiare durante l’emergenza sanitaria?”, uno schiacciante 93,5% ha risposto: “Con un’incidenza maggiore sulla donna”; contro il 6,5% che ha invece dichiarato di aver diviso l’impegno equamente. Nessuno ha risposto: “Con un’incidenza maggiore sull’uomo”.

 

 

Alla domanda: “Come hai conciliato responsabilità di cura e lavoro?”, solo il 9,8% degli intervistati, costituito da soli uomini, ha dichiarato di non aver riscontrato difficoltà. Il 44,7% ha invece manifesto di aver sofferto di stress; il 17,1%, tutte donne, ha addirittura dovuto rinunciare al lavoro; il 15,4% ha dovuto chiedere una riduzione delle ore di lavoro; e il 13% ha richiesto una modifica dei turni.

Testimonianze dirette: le storie raccolte in giro per l’Italia

Conciliare significa proprio non dover subordinare una scelta all’altra. Conciliare affetti e attività lavorativa non dovrebbe essere una questione di genere. Eppure lo è. In parte lo era già prima della pandemia, ma quest’ultima ha finito per esacerbare questo problema storicamente irrisolto.

La storia di Dario Caragnano e sua moglie Mariantonietta ne è un esempio. «Mia moglie ha dovuto rinunciare a lavorare nel nostro ristorante per badare ai nostri tre figli durante la DAD»: racconta il co-proprietario della spaghetteria “Miseria e Nobiltà”, a Matera, ai microfoni di RistoBusiness Now. Non diversa è la testimonianza di Vito Occhipinti, direttore del “Napoli 1820”, noto ristorante sui Navigli, a Milano, il quale ci dice: «è stata una perdita per noi e anche per lei» parlando delle dimissioni di una sua preziosa risorsa in cucina costretta ad abbandonare l’attività per i figli. Stesso amaro scenario nelle parole di Claudio Nini, presidente dell’Associazione Sor, sindacato indipendente a tutela degli operatori della ristorazione, con sede a Roma, il cui telefono è stato intasato di richieste d’aiuto proprio in virtù dell’incompatibilità delle variabili Covid-lavoro-famiglia, in una realtà di palpabile disparità di genere. «Mi ha colpito una donna – rivela – era disperata, non sapeva come poter badare al figlio disabile. È stata una storia molto toccante».

Sembrerebbero storie come tante. Ma il punto è proprio questo: che sono, dovunque, ancora tante. Eppure non cambia niente.

 

 

Soluzioni: tra progresso culturale e professionale

L’esperienza di altri paesi europei suggerisce che è possibile dare concretezza all’assunto teorico secondo cui la ricerca di equilibrio tra lavoro e famiglia è un affare indipendente dal genere. Eppure, nel 2021, la distanza che separa la situazione nel nostro paese da quella di altri paesi europei è ancora sproporzionata e spropositata. Tra le radici di tale inattitudine, la perseverante minimizzazione di quel che nel vocabolario dei luoghi comuni si definisce “lavoro da femmine”. «Invisibile (per chi non vuol vedere, ndr), senza pause né orari – come ricorda la presidente Picca Bianchi – eppure è un lavoro a tutti gli effetti».

Al fine di tamponare l’emorragica dispersione di risorse umane ed economiche, sono state adottate finora unicamente misure di breve periodo, (come trasferimenti monetari, bonus, assegni, ma anche incentivi fiscali e decontribuzioni), orientate a contrastare gli effetti più che le cause del fenomeno e per questo considerate insufficienti. Scarsa attenzione è stata dedicata, invece, a elaborare strategie di lungo periodo, capaci di incidere sull’origine strutturale (e culturale) del problema.

A detta della presidente Picca Bianchi, a servire sono: «le politiche di sostegno sociale adeguate alle esigenze femminili, come gli asili di prossimità, le strutture di sostegno sociale». E per non dimenticare che sotto i panni di madri e figlie, ci sono anche quelli di lavoratrici, di professioniste, serve altresì: «la rivalorizzazione delle competenze femminili. Perché il modo del lavoro non può fare a meno delle competenze femminili». «E se è vero – riflette e fa riflettere – che noi donne siamo resilienti, anti-fragili e multitasking, come ci viene detto, allora perché tutto questo non viene valorizzato nel mercato del lavoro?»

Conclusione

Occorre adoperarsi, con urgenza, per disintegrare la cultura della disparità di genere nel mercato del lavoro, risultato della secolare sedimentazione di pregiudizi e abusati cliché, talvolta inconsci, considerati – ancora – socialmente accettabili.

Per accelerare il processo di «parificazione» (che non sia livellamento ma equità) è bene che si inizi a non chiedere più ad una donna, ad una madre, ad una figlia, ad una lavoratrice di scegliere tra carriera e famiglia.

 

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Autore
Sofia Tarana

Sofia Tarana

Un'effervescente appassionata di cibo e bollicine di origine comunicatrice. Gli ingredienti della sua giovane esperienza hanno il sapore e il richiamo della tavola. Si avvicina allo studio del settore enogastronomico con un Master in Food & Wine Communication alla IULM di Milano. Ha collaborato nello staff di comunicazione di Simone Rugiati, noto chef toscano. Ha scritto per diverse riviste del panorama F&B ed è giornalista pubblicista presso l'Ordine della Lombardia. Cucina solo per amore e deve ancora trovare un piatto che non le piace. Della sua passione per la ristorazione ne ha fatto la sua miglior attrattiva, Direttore Responsabile in RistoBusiness Now.

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