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Di Rosa in Rosa

Rosa era come la carne che da oltre vent’anni serviva nella sua bella osteria di famiglia -dove per famiglia s’intendono i tavoli da quattro, da sei e da otto, ma pure le lunghe tavolate delle feste, perché la famiglia di un ristorante sono tutti i suoi clienti. 

Rosa era tenera e rosea al centro, proprio come le bistecche e suoi filetti ben serviti -e precedentemente ben scelti, essendo il macellaio di paese da cui si riforniva, niente meno che suo cugino. Il che era, a conti fatti, un grosso vantaggio: grossi sconti, grasso bottino e piatti a prezzi accessibili che quasi non ci si credeva. Tutti questi benefici non derivavano solo dai prezzi di favore agevolati dalla parentela, ma soprattutto dal fatto che Rosa, delle carni, non buttava via niente. 

In cucina, Rosa si giostrava molto con le frattaglie: quell’oste e cuoca sembrava, infatti, scervellarsi sulla carne al punto da arrivare a ripensarla, finendo col dare un ruolo a ognuna delle sue parti -dalle più consistenti a quelle più ossute. Ruoli passionali oppure più crudi, tutte le parti erano protagoniste, affiancate o meno da comparse di contorno. Sebbene la sala non avesse schermi, quello di Rosa era un cinema carnoso, il cinema della ristorazione, dove tutti i clienti pagavano un biglietto più che volentieri. Cinema d’essai, di qualità, ma con annesso assaggio. 

Era una donna certo molto premurosa: pensate che Rosa comprava il giornale all’edicola tutte le mattine e, tutte le mattine, all’ora di pranzo, ne comprava una copia che posizionava su ogni tavolo del ristorante. “Per intavolare un argomento di conversazione”, diceva tra sé, perché le piacevano i tavoli animati, i clienti vivi, i piatti appena serviti che, con il loro fumo caldo, ricreavano effetti scenografici davvero speciali. 

Fu proprio per via dei giornali che, Rosa, divenne oltretutto pensierosa. Da qualche tempo, ormai, le prime pagine lasciavano spazio a tematiche fortemente etiche ed ambientali: inquinamento, allevamenti intensivi e costi spropositati si traducevano in una sorta d’invito, per i lettori, a variare le loro abitudini alimentari, passando a una dieta più ricca di alimenti vegetali a beneficio tanto dell’ambiente quanto della propria salute. La donna non percepiva alcuna minaccia per il suo ristorante e, un giorno, nella cella frigorifera si trovò a riflettere. 

“Posso anch’io, in qualche modo, contribuire?”. 

Rosa lavorò cercando di rispondere a questa domanda ogni giorno. Sfoltì le portate, selezionò pochi tagli di carne pregiata: dovette fare delle scelte, scelte complicate, come quando si chiede a un genitore d’indicare il suo figlio preferito. Un giorno, al mercato di paese, senza volerlo, Rosa origliò la conversazione di due commercianti. Parlavano affacciati ai loro banchetti di verdure brillanti, i pomodori rossi che sembravano arrossiti come emozionati -anche loro affacciati al mondo, ai carrelli delle anziane, ai marciapiedi, a quella concentrazione di facce e bancarelle che, nel giro di poche ore, avrebbero esaurito tutte le loro merci. 

«Ho fatto un esperimento, ho provato a prepararli a casa…».

«E com’erano, quando li hai assaggiati?».

«Chiedilo a mia moglie e ai miei bambini. Me li hanno letteralmente rubati dal piatto». 

«Potevi almeno assaggiare le briciole…».

«Fossero avanzate almeno quelle…».

Stavano parlando di hamburger vegetali, patate, broccoli, spinaci, tutto quello che poteva venirmi in mente ce l’ho messo dentro. 

«E sai, Gabriele, penso tenterò un altro esperimento». 

«E quale?». 

«Li venderò qui, insieme alle verdure. Ne preparerò una piccola quantità. Vediamo se vendono bene».

La settimana successiva Rosa si allontanava dal banchetto di quel commerciante con un grosso sacchetto di carta da cui straripavano polpette e hamburger vegetali, che servì a tavola riferendo ai clienti che si trattasse di un piccolo omaggio della casa. E così, Rosa, diventò anche curiosa. Più curiosa di quanto già non lo fossero i suoi clienti: sperava che la loro reazione la spingesse a compiere un passo ben più grande. Un menu completamente rinnovato: vegetariano. 

L’attenzione alle tematiche ambientali aveva infatti lasciato che in Rosa emergesse finalmente una verità che titubava sempre ad ammettere: ossia che le servissero altri stimoli, un progetto tutto nuovo su cui investire tempo e creatività. La fama della sua osteria di ottima cucina di carne la riempiva certamente di soddisfazioni. Tuttavia, le troppe certezze erano tutt’altro che rassicuranti, per Rosa: la donna sentiva, per la seconda volta nella sua vita, un forte desiderio di mettersi in gioco. 

Il timore di poter perdere i suoi clienti più affezionati si amalgamava all’opportunità, per quegli stessi clienti, di prendere in considerazione uno stile alimentare alternativo, un’esperienza da potersi concedere almeno una volta ogni tanto. Secondo Rosa, serviva un ristorante già familiare ma con cui lasciar familiarizzare persone e piatti. 

“Dovrò modificare l’identità stessa della mia osteria. Perché la mia offerta sia credibile, l’immagine di tutto il ristorante dovrà essere coerente. Rosa carne dovrebbe sparire dall’insegna, ma con quale nome lo potrei sostituire?”. 

Rosa si vide riflessa nella vetrata della sua osteria e, riflessi insieme a lei, vide che c’erano anche i fiori e i cespugli dei giardini pubblici che si potevano raggiungere attraversando la strada. Fu lì che sembrò accorgersi, di nuovo per la prima volta, che il suo nome fosse anche il nome di un fiore. 

“Rosa è dunque un rimando alla natura. E quindi un’attenzione nei suoi riguardi. Lo specificherò nella pagina iniziale del menù. Intendo raccontare e motivare il perché di tutte le mie scelte future”. 

Tavoli e sedute in legno naturale, pareti pastello, tovagliette in carta riciclata, cucina a vista, una lavagna dove, ogni mese, Rosa avrebbe scritto personalmente proprietà e benefici di verdure e alimenti vegetali. Come a scuola, l’intento di Rosa era anche di educare. E d’imparare, lei per prima, a scavare in profondità nelle materie di prime che di cui avrebbe avuto estrema cura. 

Questo cambiamento sarebbe risultato senz’altro drastico, ma certamente non nocivo. E, dopotutto, neanche tanto incoerente. Se non era forse coerente con il vissuto di oltre vent’anni di attività, sarebbe certo stato coerente con l’esigenza di tutelare l’ambiente. Rosa avrebbe dovuto, inoltre, stravolgere persino il retroscena della sua cucina: vale a dire tutto ciò che si celava dietro ognuno dei suoi piatti. Avrebbe dovuto rivedere e cambiare i rapporti con i fornitori -l’unica compravendita a km 0, infatti, riguardava la macelleria di suo cugino. La filiera corta sarebbe diventata il suo credo, i piccoli produttori locali l’ingrediente segreto delle materie prime di ogni piatto futuro e lei, con ognuno di loro, avrebbe certo sancito un patto siglato non tanto da una firma, quanto da una stretta di mano. 

Tutto questo, Rosa se lo immaginava come se già potesse viverlo, diffonderlo, testarne il guadagno. 

Un guadagno niente affatto monetario, ma innanzitutto personale. 

Appagante. Giusto.

Guardò il piatto con le polpette vegetali di cui, proprio come diceva il commerciante quella mattina al mercato, non ne erano avanzate neanche le briciole. 

Capii che, tra non molto tempo, quelle polpette sarebbero diventate il cavallo di battaglia del suo nuovo ristorante. 

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Autore
Giorgia Giuliano

Giorgia Giuliano

C'era una volta una bambina che, a tavola, non faceva storie. Perciò, un bel giorno decise di scriverle. E visse per sempre felice e contenta. Giorgia Giuliano scrive per testate food&beverage, scrive per la pubblicità come copywriter, scrive libri ambientati in Giappone. Con le parole è una tuttofare, scrive persino correttamente il suo nome: eppure, tutti la chiamano Giulia.

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