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Delivery e Take Away: la corretta applicazione dell’aliquota IVA

Il 2020 può essere definito, senza particolare ritrosia da parte di nessuno, l’anno più nero della ristorazione italiana. Mai, in nessun periodo storico, si sono susseguite tante difficoltà come quest’anno, tutte insieme. Un autentico tzunami sanitario e socio-economico, che ha stravolto il modo di fare impresa e di concepire la ristorazione.

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Anche i più diffidenti si sonno dovuti, per forza, adeguare ad asporto e consegne a domicilio. E qui «Si va nella città dolente, […] si va nell’etterno dolore». Non solo sono iniziati i mille problemi logistico organizzativi, che vanno dal fattorino a come conservare la fragranza delle pietanze, a come ripensare un menù che possa essere adeguato a una consumazione che non ha nulla di ordinario, a come non farsi schiacciare dalle fameliche piattaforme di delivery, ma a queste si è aggiunto lo stato e il cervellotico sistema fiscale italiano, che ci hanno messo il carico da dieci. Le incertezze e i dubbi sulla corretta applicazione dell’aliquota IVA, per servizi di asporto e consegna a domicilio, hanno caratterizzato buona parte dell’anno, con difficoltà e qualche mal di pancia.

Ma in primo luogo, è bene un passo indietro per cercare di inquadrare meglio la problematica. Partiamo dalle basi: Che cosa è l’IVA? Un acronimo che identifica l’Imposta sul Valore Aggiunto, forse una delle più note imposte del nostro sistema fiscale (all’estero è conosciuta come VAT), in special modo per professionisti ed imprenditori che, appunto, agiscono in regima IVA. Si pensi che garantisce quasi il 30% delle entrate tributarie del paese. Ha la sua origine in una corposa riforma iniziata nel 1968 (ed entrata in vigore con il DPE 633/1972), applicata da moltissimi paesi del mondo, che va a “tassare” il valore aggiunto, come si può facilmente intuire, di ogni fase di produzione.

Tramite un sistema di debito e credito il “peso” finale dell’imposta graverà unicamente sul consumatore finale. Semplificando il più possibile: il venditore (Mario Carni Srl) di un prodotto riscuote l’IVA dal cliente e questo genererà un debito, allo stesso tempo, nel momento in cui andrà ad essere esso stesso cliente, pagherà l’IVA al suo fornitore e ciò creerà un credito. La differenza tra il debito (quanto riscosso per conto dello stato) e il credito (quanto già pagato ad altri) rappresenterà la “quantità” di IVA che Mario Carni Srl dovrà pagare.

In Italia l’aliquota IVA principale (o per meglio dire ordinaria) è il 22%, ma come sempre, mica si possono fare le cose semplici, ci sono varie aliquote agevolate. Tutti conosciamo le basilari, come ad esempio quella del 4% per latte e ortaggi, o quella del 10% per le carni e poi iniziano davvero le complicazioni: i servizi di somministrazione.

L’IVA che interessa il settore della ristorazione, nella fase attiva, quando si riscuote per intenderci, è al 10%. Per inquadrare il problema ci dobbiamo chiedere perché e per darci una risposta dobbiamo, purtroppo, partire da una definizione normativa. L’articolo 2 comma 1 del DPR 633/1972 (quello che ha introdotto l’IVA nel nostro ordinamento) recita: «Costituiscono cessioni di beni gli atti a titolo oneroso, che importano trasferimento della proprietà ovvero costituzione o trasferimento di diritti reali di godimento su beni di ogni genere». In pratica si definisce cessione di beni quando c’è un trasferimento di proprietà del bene dietro un corrispettivo (un pagamento).

Per quanto riguarda, invece, le prestazione di servizi dobbiamo fare riferimento all’articolo 3 comma 2 del DPR 633/1972 il quale sancisce che «Costituiscono […] prestazioni di servizi, se effettuate verso corrispettivo […] le somministrazioni di alimenti e bevande», questo perché, come è stato fissato anche da una circolare dell’Agenzia delle Entrate, nella somministrazione c’è una commistione tra un’obbligazione di dare (la cessione del bene) e un’obbligazione di fare (la possibilità di consumarla in loco). Questa rappresenta la differenza fondamentale che fissa l’applicazione dell’aliquota ordinaria o di quella agevolata al 10%.

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Nell’asporto o nella consegna a domicilio la predominanza dell’obbligazione di fare non esiste più, andando quindi a ricadere nella casistica generale e, quindi, l’aliquota da applicare non sarà più quella agevolata ma quella direttamente applicabile per la tipologia di bene ceduto. Un calcolo che sarebbe potuto diventare disonesto, si pensi a un panino con pomodoro, insalata e mozzarella, sconterebbe l’IVA al 4%, mentre un pollo arrosto al 10% e magari una bibita al 22%. La situazione si complicherebbe ulteriormente nel caso di piatti composti, dove è necessario andare a individuare l’elemento principale del piatto.

Insomma, un bel problema. Ovviamente questo esisteva già prima, ma gli eventi degli ultimi 12 mesi hanno notevolmente acuito la situazione con effetti nefasti, anche in sede di eventuale contezioso tributario. Basti pensare che in una situazione “normale” si crea una commistione nel registro dei corrispettivi- tranne casi particolari- tra le consumazioni in loco, l’asporto e la consegna a domicilio. Commistione che difficilmente permetterebbe di estrarre separatamente l’una o l’altra tipologia di vendita, rendendo di fatto molto difficoltoso un eventuale accertamento. Con la totale chiusura della somministrazione è ovvio che tale difficoltà viene meno e quindi rende ben più complicato un’eventuale linea di difesa.

Fortunatamente, anche in considerazione del particolare momento storico e del ribaltamento del ruolo che hanno avuto asporto e delivery (da accessorio e predominante) c’è stato un intervento normativo rivoluzionario all’interno della Legge di Bilancio 2021, che arriva a seguito di due opposte prese di posizioni dell’ultimo periodo.

Procedendo con ordine, in questi mesi si sono susseguite due diverse interpretazioni. La prima, in risposta ad un interpello da parte dell’Agenzia delle Entrate, specificava che l’attività svolta dal ristoratore nel consegnare direttamente i pasti ai clienti o recapitarli al domicilio tramite un proprio servizio di consegna qualifica la prestazione quale cessione di beni e quindi è da assoggettare all’aliquota propria dei beni ceduti. Anche se il proponente dell’interpello aveva addotto che, lo “scrupoloso intervento umano” per la preparazione del cibo sulla base delle scelte del cliente, potesse qualificare l’obbligazione di fare come preponderante.

Di indirizzo opposto l’interpellanza parlamentare la quale, tenuto conto della situazione venutasi a creare a causa delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica, che per larga parte dell’anno trascorso ha imposto la chiusura anticipata delle attività ristorative alle 18:00, ritiene corretta l’applicazione dell’aliquota ridotta al 10%.

La Legge di Bilancio 2021, come già anticipato, ha messo pace tra le due differenti prese di posizione sancendo, una volta per tutte, che l’aliquota agevolata al 10%, così come prevista dal numero 80, tabella A del DPR 633/1972, è applicabile «Alle cessioni di piatti pronti e di pasti che siano stati cotti, arrostiti, fritti o altrimenti preparati in vista del loro consumo immediato, della loro consegna a domicilio o dell’asporto».

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Autore
Lorenzo Paladini

Lorenzo Paladini

32 anni, laureato in Economia, Amministrazione e Diritto delle Imprese all’università di Pisa. Da 10 anni consulente aziendale presso lo Studio Ferulli, attivo fin dal 1958 nella consulenza aziendale, del lavoro e societaria. Lo studio ha sempre avuto il suo core business nelle aziende del Food & Beverage le quali rappresentano più dell’70% del fatturato dell’attività. Dopo aver frequentato un master in Bilancio e Amministrazione d’Azienda presso l’Università di Pisa diventa Consulente Senior RistoBusiness in ambito fiscale.

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