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Asia Porto

Chi lo avrebbe mai detto che Cesare potesse farsi coraggio dentro casa sua. Sporse il collo verso un tavolo da quattro come se lui fosse seduto da solo a quello accanto e, per quanto potè fare, tentò di mettersi comodo nei panni del classico cliente che stravolge un pranzo al ristorante per trasformarlo in una missione. Sembrava infatti deciso a voler mangiare il piatto migliore del posto e perciò, aggrappandosi con le mani al bavero della giacca, oscurando il nome senza neanche farlo apposta, chiese: «Ma cos’ha di tanto speciale questa carbonara?». Lo disse con il timore che qualcuno gli rispondesse niente, la domanda era un po’ spezzata sul finale, ma lui cercò in tutti i modi di replicare la stessa espressione di chi volesse capire perché valesse la pena ordinarla. 

A rispondergli fu una ragazzina, aveva il labbro superiore lucido e impastato di tuorlo: è che, dalle foto di Asia Porto, quella carbonara sembrava buonissima. Cesare sentì addosso la sensazione di essersi perso qualcosa, davanti agli occhi iniziarono a sfilargli una sfilza di nomi e cognomi tratti direttamente dal registro prenotazioni del suo ristorante. Scorrendo indietro sino all’ultimo paio d’anni, non riusciva a ricordarsi di nessuna Asia Porto. A memoria e ad occhi chiusi, giurava di poter riconoscere tutti i fornitori e Bruno, il senza tetto che, alla fine del servizio, si faceva già trovare sul retro della cucina per mangiare un primo o un secondo a costo zero. 

Fatto sta che, da ormai tre giorni, al suo ristorante non faceva altro che arrivare gente. Gli sembravano tre lunghe giornate d’inaugurazione, Cesare non percepiva neanche più l’ossatura scricchiolante del suo locale che, come fosse l’unico dinosauro sopravvissuto a una grave catastrofe naturale, s’impegnava ad adeguarsi al mondo evoluto e alla gente predatrice che ne faceva parte. Il vero Big Ben c’era già stato, ma poi ne era successo un altro, più lieve, pochi mesi dopo l’apertura -quando i rapporti con quel fornitore di Cremona non tardarono a spaccarsi come mani che avevano preso troppo freddo. La fiducia che Cesare riponeva nell’uomo, alle volte, era tutt’altro che riparatrice -anzi, essa aveva arrecato danni ai clienti, seppur con nessun intento di fare veramente del male. All’inizio non sapeva né come ripagare né come scordarsi del disagio di vederli ordinare un determinato taglio di carne per poi ritrovare nei piatti tutt’altro sapore. Era successo quando Cesare era entrato nel mondo della ristorazione come fosse avvolto ancora in fasce. Era ingenuo e, soprattutto, era ingegnere. La necessità di aprire un suo ristorante proveniva dallo squarcio di un ricordo che però continuava a sorridergli, senza dolore, dalla parete accanto alla cassa. Era una vecchia foto di sua nonna, vecchia e gialla, concentrata a mescolare un pentolone colmo di rosse bolle di salsa dall’aspetto carnosissimo. La macchina fotografica aveva addirittura catturato il profumo del basilico fresco e Cesare sapeva bene che, quando gli serviva più forza, non doveva fare altro che respirare, inalare più a lungo. 

Dev’essere da quando abbiamo preso il guanciale del nuovo fornitore. Si vede che alle persone piace. Non poteva essere merito di una sconosciuta. Cesare era riuscito prima a trattare e poi a vincere, a rivincere, una rivincita nei confronti del suo passato di ristoratore prematuro, accaparrandosi un ottimo prodotto a un prezzo che, se solo il lardo l’avesse saputo, si sarebbe squagliato per la vergogna di poter valere davvero così poco. Ma Cesare aveva ormai imparato e, con i fornitori, sapeva scendere a patti e poi lui solo salire in ascensore con astuzia, lasciando tutti a piano terra. Siccome la ragazzina continuava a fissarlo, Cesare incalzò. «Senti, ma che tu sappia, tutte queste persone sono amiche di Asia Porto?» le disse sarcasticamente. Lei gli fece l’occhiolino, si portò una mano davanti alla bocca e, con il tuorlo che ormai le si era completamente trasferito sui polpastrelli, gli disse che l’unico a non sapere chi fosse Asia Porto fosse proprio lui. 

Cesare non ci dormì la notte. In quei tre giorni aveva chiuso con lo stesso importo che, solitamente, guadagnava in un intero mese. Alla fine di ottobre mancavano ancora due settimane, non era possibile che un mese così lungo si striminzisse in tre giorni. Quella notte prese il cellulare, poi gli occhiali, sistemò il cuscino a mo’ di schienale e digitò su Google il nome di Asia Porto. Il primo risultato fu il link al suo profilo Instagram. 100 mila follower. Pareva il suo conto in banca. Cesare iniziò a scorrere le foto senza capire bene dove si trovasse, sino a che non riconobbe la carbonara del suo ristorante, il guanciale a ciuffi sparsi come roselline. Nei commenti, alcuni nomi misti a numeri –username in realtà- le chiedevano come si chiamasse quel posto, dove si trovasse e quanto si fosse trovata bene. Cesare si addormentò con il telefono tra le mani. Fece un sogno stranissimo: una grande piazza, al centro un lungo biscione di sedie, tutte quante vuote, e lui che correva da una parte all’altra domandandosi dove fossero finite le persone. Poi a un certo punto, nel sogno, i sampietrini della piazza che iniziavano a tremare e a staccarsi lasciando che, dagli spacchi, fuoriuscisse una voce: Il passaparola è social, è Instagram. La voce era quella di Asia Porto, l’influencer che, con una sola foto, gli aveva regalato clienti a manciate. Proprio a lui che era convinto che, conquistarsi le persone, fosse una sorta di lavoro certosino da rifinire costantemente nel tempo. Il giorno dopo, Cesare trovò il modo di contattarla facendosi aiutare dalla figlia del caposala, una ragazzina sveglia, sempre con le dita incollate al cellulare, tant’è che sembrava che, al posto della pelle, avesse il velcro. Una settimana più tardi, accadde. 

«Posso offrirti il pranzo? Non saprei come altro sdebitarmi per quella foto». 

«Grazie, Cesare. Il tuo ristorante è una vera coccola, sono stata felice di consigliarlo alla gente che mi segue. Ormai funziona così, il passaparola è social».

A quelle parole, Cesare scattò sulla sedia. 

«Credo di aver capito che cosa comporti, ma non come funzioni». 

«Innanzitutto, dovresti creare un account Instagram per il tuo ristorante, in modo che le persone possano risalirvi più facilmente, contattarvi, dare uno sguardo alla location, al menu. E, cosa più importante, taggarvi. Devi permettere al tuo ristorante di fare il giro del mondo».

«Non saprei da dove cominciare. Mi occupo già di molti aspetti: i rapporti coi fornitori, la sala, la contabilità».

«Posso proporti una collaborazione. Un social media takeover. Per un periodo di tempo mi occuperò io dei social del tuo ristorante. Bisognerà creare un profilo aziendale, organizzare uno shooting fotografico e pianificare i contenuti che verranno “serviti” sul tuo profilo come faresti con le tue invitantissime portate». 

Asia Porto aveva le idee chiare, e masticava il linguaggio della ristorazione facendo in qualche modo scoprire a Cesare tutti i neologismi che, nel frattempo, si era perso. 

«Coinvolgeremo altri miei amici influencer: se sei d’accordo, inviteremo alcuni di loro a provare il ristorante in cambio di un contenuto sui loro social. Con altri, invece, servirà accordarsi su una serie di post sponsorizzati capaci di veicolare ancora più pubblico». 

«Potrebbe essermi di vero aiuto. Sono rimasto molto sorpreso dal modo in cui, la tua foto, ha accelerato gli incassi di fine serata».

«Con questo piano marketing, credo otterrai un ritorno economico che ti permetterà di aprire persino un secondo ristorante».

«Durante il periodo di esami all’università, studiavo con i miei amici e ordinavamo sempre alla friggitoria sotto casa. Tutt’ora penso che mi piacerebbe aprirne una, in memoria dei vecchi tempi».

Cesare pensò avrebbe solo potuto continuare a immaginarla, quella friggitoria, con la scritta verde salvia come quella di quand’era ragazzo, sbiadita dalla pioggia, dalle lacrime e dalla dannazione di tutti gli studenti. E invece, a pochi passi dal suo ristorante, circa a duecento metri, la friggitoria era lì, un covo di ragazzi, gli interni instagrammabili, come Asia Porto gli aveva insegnato. Pareva avesse sul serio seguito un corso di lingua, Linguaggi social dei ristoranti 3.0, una specie di corsa alla laurea. Cesare vi si piazzò davanti, controllò l’orologio e, sorridendo come se dovesse apparire lui stesso in foto, si disse che quella sarebbe stata l’ora giusta per postare sui social. 

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Autore
Giorgia Giuliano

Giorgia Giuliano

C'era una volta una bambina che, a tavola, non faceva storie. Perciò, un bel giorno decise di scriverle. E visse per sempre felice e contenta. Giorgia Giuliano scrive per testate food&beverage, scrive per la pubblicità come copywriter, scrive libri ambientati in Giappone. Con le parole è una tuttofare, scrive persino correttamente il suo nome: eppure, tutti la chiamano Giulia.

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